Con il prestito titoli si cede temporaneamente alla banca o al broker la proprietà di azioni, obbligazioni o ETF.
In cambio si riceve un compenso: per questo alcune banche lo chiamano «portafoglio remunerato».
Prima di aderire, valuta tre aspetti: chi paga, quanto si incassa e quale rischio si corre.
Chi paga per i titoli in prestito
Alcune banche fanno da «market maker»: su certi titoli devono essere sempre pronte a comprare e a vendere.
Le loro controparti sono, per esempio, fondi pensione e gestori patrimoniali.
Se devono vendere titoli che in quel momento non hanno, le banche li prendono in prestito.
Chi riceve i titoli paga una commissione, che varia con il titolo, con le parti coinvolte e con la durata del prestito.
Il percorso dei titoli, in 3 passaggi
Un privato non può prestare i titoli direttamente a un investitore istituzionale: se ne occupa la banca.

Il cliente mette i titoli a disposizione della banca o del broker.

La banca li presta agli investitori istituzionali, nel momento in cui servono.

L'investitore istituzionale lascia alla banca una garanzia, di solito in denaro o in titoli.
La restituzione segue il percorso inverso.
Aderire non vuol dire prestare ogni giorno
Dare la disponibilità non assicura che i titoli vengano prestati tutti i giorni.
Chi aderisce entra in una «lista» di clienti disponibili.
Quando ha bisogno di quei titoli, la banca può attingere a quelli di chiunque sia in lista.
Quanto rende: un esempio su 10.000 €
Il compenso giornaliero è pari a titoli × prezzo di riferimento × tasso annuo / 360.
| Controvalore dei titoli prestati | 10.000 € |
|---|---|
| Giorni di prestito in un anno | 10 |
| Tasso annuo | 1% |
| Compenso | circa 2,7 € lordi |
Con 100.000 € di titoli il compenso è di circa 27 €; con 1 milione, di circa 270 €. Sempre al lordo delle imposte.
Il 20% annuo: su quali titoli e a quali condizioni
Alcuni titoli arrivano a pagare anche il 20% annuo.
Per incassarlo, però, la banca dovrebbe prenderli in prestito tutti i giorni dell'anno.
Inoltre si tratta di singole azioni, molto rischiose.
Anche con un compenso del 20% l'anno, in almeno 3 anni su 5 l'investimento avrebbe chiuso in perdita.
Il rischio: la proprietà passa alla banca
Gli strumenti in deposito, come gli ETF, restano dell'investitore anche se la banca, che ne è solo custode, fallisce.
Con il prestito titoli, invece, la proprietà passa alla banca o al broker.
Se l'intermediario va in default mentre ha i titoli in prestito, questi entrano nel suo attivo.
Chi li ha prestati rischia di non riaverli: un rischio da mettere a confronto con un rendimento quasi nullo.
In sintesi
Su alcuni titoli, come i BTP, la remunerazione è pari a zero: il rischio resta, il compenso no.
Numeri alla mano, il prestito titoli è molto meno conveniente di quanto sembri.
Non esistono scorciatoie, né per tutelare il patrimonio né per ottenere rendimenti dai mercati.
Serve un piano d'investimento efficace ed efficiente, seguito con una strategia precisa.